Terra di tradizioni
La farchia
A Tufillo, nella notte della vigilia di Natale, il protagonista è il fuoco della farchia un fascio di tronchi lignei tenuti insieme da cerchi in ferro.
Di antica tradizione, la farchia viene realizzata nel pomeriggio del 24 dicembre, nello spazio antistante la chiesa di San Vito, per poi essere portata, in corteo, attraverso i caratteristici vicoli del borgo, fin davanti la Chiesa di Santa Giusta, per essere accesa in onore della nascita di Gesù.
Lungo il percorso, gli abitanti del centro, deliziano gli addetti e gli ospiti con vino cotto e dolci, quali torcinelli, cagionetti e biscotti alle mandorle.
Il rito si compie a mezzanotte, nello spazio antistante la chiesa di Santa Giusta, dove, tra canti natalizi, viene accesa la farchia previa benedizione da parte del parroco.
Le panettelle di San Giuseppe
Da tempi immemorabili a Tufillo, la festività di San Giuseppe, il 19 marzo, viene associata alla devozione della distribuzione delle panettelle.
In tempi avari di cibo, come quelli che si sono avuti nelle nostre zone fino alla prima metà del secolo scorso, la panettell – almeno per un giorno – permetteva di assaggiare un po’ di buon pane anche ai più poveri. Si racconta che alla festa di San Giuseppe di Tufillo, partecipavano anche molti abitanti dei paesi vicini, che vi accorrevano numerosi con la scusa di far visita ai propri parenti e se ne tornavano a casa con le bisacce piene.
La procedura osservata per la loro preparazione – almeno in antico – era assai elaborata:
- si sceglieva il grano migliore al momento della trebbiatura;
- poi lo si mondava scrupolosamente dalla pula e lo si lavava fino a renderlo ben pulito;
- infine, si richiedeva al mugnaio una particolare attenzione affinché separasse la farina più raffinata da quella più grezza.
Al Santo veniva riservata, naturalmente, solo la prima scelta e solo con essa si sarebbero impastate le panettelle. L’utilizzo di una farina più scadente avrebbe invalidato l’offerta.
Oggi le pagnottelle vengono commissionate a qualche fornaio di fiducia. La tradizione, però, richiede che, insieme alle panettelle, i devoti debbano preparare anche il tarallo ed il bastone di San Giuseppe, il primo da consumare generalmente in famiglia, mentre il secondo viene donato alla chiesa.
Attualmente questa tradizione è mantenuta in vita da un ramo della famiglia Iacovitti, ma nel passato essa fu praticata da più famiglie: si ricordano fra le ultime quella dei Caruso e dei Barisano.
All’origine della devozione vi è sempre un voto fatto dalla famiglia al Santo, mentre l’incentivo a proseguirla spesso riposa sulla paura che chi la interrompesse potrebbe incorrere in qualche disgrazia. Gli anziani raccontano che alcune di queste famiglie, avendo interrotto la tradizione, vennero colpite da gravi sciagure e perciò, temendo il peggio, la ripristinarono alla prima occasione.
La devozione prevede un rituale ben codificato: dopo la messa mattutina, il parroco si reca nella casa degli offerenti e procede alla benedizione delle panettelle, dei taralli e del bastone; dopo questa cerimonia, tutti i famigliari si recano in tutte le case del paese e distribuiscono le panettelle, in genere una per nucleo famigliare.
Il bastone viene portato in chiesa ed esposto ai fedeli durante la celebrazione della messa. La famiglia che riceve la panettell, per tradizione, la mangia senza companatico, non la taglia col coltello, ma la spezza con le mani e la ripartisce in parti uguali fra i suoi componenti. Questo rituale non può non rievocarci l’ultima cena di Cristo.
A cura del prof. Ernano Marcovecchio
La Sagra dei Cavatelli
La “Sagra dei cavatelli” non è nata come una sagra. Agli esordi,erano gli inizi degli anni ottanta, un gruppo di compaesani gaudenti aveva preso l’abitudine di concludere i festeggiamenti di Ferragosto, a notte fonda, con una bella tavolata a base di cavatelli. Le donne preparavano gli ingredienti durante le giornate precedenti e finalmente, accarezzati dalla fresca brezza notturna, non paghi dell’impegnativa maratona culinaria della giornata, tutti a tavola con musica, canti, sfottò e tutto il tipico armamentario delle allegre brigate. Tale fu la sua origine e da tale impronta non si è mai liberata. Anche quando, successivamente, il numero dei pionieri aumentò, alcuni altri cominciarono a copiare l’idea ed in ultimo si finì per organizzarla nella piazza del paese, è rimasta immutato il piacere di ritrovarsi, di stare insieme. Le nostre famiglie, che – come si sa – vivono sparse un po’ ovunque dalle cittadine della costa alle varie regioni d’Italia e d’Europa, hanno perciò preso l’abitudine di riunirsi insieme a Tufillo con il pretesto dei cavatelli. L’11 agosto di ogni anno, qualsiasi sia il tempo, qualsiasi sia il giorno della settimana, puntuale come tutte le feste che contano, in Piazza Fuori Porta si danno appuntamento qualche migliaio di frequentatori abituali e turisti occasionali appassionati di cavatelli conditi con pomodoro e salsiccia casereccia.La Pro Loco, che organizza la manifestazione, provvede a fissare i turni per le donne volontarie che s’impegneranno nella scrupolosa preparazione a mano dei cavatelli, si occupa di garantire la genuinità dei prodotti utilizzati, s’incarica di trovare dei musicisti capaci di allietare la serata con musica ballabile e di allestire un’accogliente “sala da pranzo” nella piazza con un buon numero di panche e tavolini. La manifestazione ha registrato progressivamente negli anni un numero sempre maggiore di partecipanti. Ancora negli ultimi anni Ottanta s’impastavano “solo” una cinquanta chilogrammi di farina, invece nelle ultime edizioni se ne sono sfiorati sempre i trecento chilogrammi. Migliaia e migliaia, forse milioni di volte con leggera pressione, i polpastrelli dell’indice, medio ed anulare delle instancabili dita femminili arricciano migliaia e migliaia, forse milioni di rettangolini di morbida sfoglia per ottenerne migliaia e migliaia, forse milioni di cavatelli, pronti per deliziare il palato e lo spirito delle centinaia e centinaia, forse migliaia di visitatori. La somministrazione inizia verso le ore 8 di sera e si protrae fino a tarda notte. I più resistenti ovvero “i più raffinati”, insieme a coloro che sono stati impegnati a servire i convenuti, per tradizione, mangiano un ultimo piatto di cavatelli abbondantemente dopo la mezzanotte e poco tempo prima che sorga l’alba. Al gran numero di tufillesi che partecipa gratuitamente all’allestimento della manifestazione, viene richiesto un grande impegno e molta fatica, ma essi vi si assoggettano volentieri. È per tutti motivo d’orgoglio e di gioia constatare la presenza di un così gran numero di amici, parenti e visitatori di passaggio che affollano le vie e la Piazza. L’annuale risveglio dal coma di un paese che non vuole morire. Alla manifestazione gastronomica, quasi sempre viene associato l’allestimento di mostre d’arte, di archeologia o di altro genere.
a cura del prof. Ernano Marcovecchio
